Edgar Morin

copertina_morinA partire dalla riflessione epistemologica e metodologica sul metodo di investigazione scientifica, Morin elabora una sua filosofia, che egli stesso definisce realismo complesso, in cui convergono princìpi e teorie elaborate in ambiti e settori disciplinari diversi.
Un nuovo metodo, distante da quello semplificante e disgiuntivo di derivazione cartesiana, permette a Morin di costruire una moderna epistemologia della complessità, basata su nuovi princìpi: un diverso concetto di realtà, il ricongiungimento del soggetto concettore all’oggetto conosciuto, i princìpi di incertezza nell’attività del conoscere, un nuovo pensiero transdisciplinare e complesso.
Per Morin, a differenza di Cartesio, non può esserci distinzione alcuna, né separazione tra res extensa e res cogitans. La sua filosofia della natura, così come l’antropologia fondamentale, si nutrono del tentativo di superare la distinzione cartesiana delle due res, in favore di una visione articolata e complessa, che ricerca la natura della physis nella sua interrelazione con il mondo biologico e con la realtà antropo-sociale, per cui la ricerca della “natura della natura” non può fare a meno della ricerca di un metodo per cogliere le articolazioni chiave Oggetto/Soggetto, Natura/Cultura, Physis/Società che nascondono e spezzano le conoscenze semplici.
In tal quadro epistemologico e filosofico, la stessa concezione moriniana dell’uomo, così come emerge dal suo fondamentale scritto antropologico: Il paradigma perduto. Cos’è la natura umana?, si sostanzia di un tentativo di superamento (ben riuscito) delle vecchie antinomie materia/spirito, anima/corpo, in favore di una concezione articolata.
Si distanzia dalla concezione insulare del materialismo riduzionista, per cui l’essere umano è sostanzialmente l’uomo produttore, in favore di un policentrismo dei fattori (fisici, biologici, culturali, sociali) e di una circolarità del processo, che fa dell’uomo non un’essenza particolare che sia soltanto genetica o soltanto culturale. L’uomo moriniano non è una sovrapposizione quasi geologica dello strato culturale sullo strato biologico; la sua natura è nell’inrerrelazione, l’interazione, l’interferenza dentro e mediante questo policentrismo. L’uomo – afferma sempre Morin – è per l’appunto il prodotto di questo gioco incerto, nel quale la sua prassi diventa produttrice.
Fissati i capisaldi epistemologici, filosofici e antropologici, Morin elabora una nuova teoria dell’educazione, lungo tre direttrici: la prima epistemologica, volta a costruire una epistemologia pedagogica criticamente comprendente, che renda conto della complessità del discorso pedagogico, che si sostanzia non più nel singolo modello superiore ad altri, ma nella concorrenzialità dialogica, problematizzante e plurare, delle logiche pedagogiche, delle teorie e dei princìpi.
Una posizione, quella moriniana, che si sviluppa attorno al paradigma socio-politico, secondo una concezione attiva e non contemplativa del sapere pedagogico, e assegna alla pedagogia un ruolo attivo, e forse anche fondamentale, nel grande disegno di trasformazione della società. Ma si nutre anche del paradigma filosofico-antropologico, all’interno del quale sviluppa i contenuti ermeneutici-filofosici, riaffermando il primato della filosofia per via della sua vocazione riflessiva e unificatrice.
In questa visione Morin propone un’opposizione alla pedagogia come scienza riduzionista. Una sorta di via del sospetto, una via filosofica dai caratteri marcatamente critico-ermeneutici, che ingloba aspetti di irrazionalismo (logica sapiens/demens) e storico-sociologici (la critica alla società), ma anche religiosi (l’amore come esperienza sovraumana), che l’autore francese, per via del suo personale atteggiamento nei confronti del trascendente, si sforza di trasporre in religione laica.
La seconda direttrice è la costruzione di una nuova teoria dell’istruzione. Morin affronta i consueti temi dell’educazione intellettuale, di quella morale ed etico-sociale, dell’educazione alla nuova cittadinanza, dei fini dell’educazione, all’interno di una visione ampia e complessa. Vale per l’educazione uno dei princìpi fondamentali dell’epistemologia della complessità: il princìpio ologrammatico, per cui le educazioni settoriali sono nel contempo parti e tutto di un’educazione che è l’educazione alla pace.
Morin introduce il concetto nuovo di meticciamento generale dell’umanità e sostiene che compito della didattica, non solo scolastica, è creare l’orientamento antropologico necessario al meticciamento culturale. Il meticcio – sostiene il nostro – è l’uomo del domani, in grado di fondare la propria identità rifacendosi direttamente alla nozione di umanità.
Da questi princìpi parte la terza direttrice di riflessione pedagogica, l’idea moriniana di una riforma della scuola e dell’insegnamento. Che si sostanzia nel fine di una riforma del pensiero in direzione transdisciplinare (la testa ben fatta), e di una riforma della scuola, che fin dai suoi primi livelli primari, deve affrontare il problema della conoscenza, e in essa il problema della conoscenza dell’uomo, non dell’uomo insulare di derivazione cartesiana, ma dell’uomo immerso nel suo habitat naturale: il cosmo.
Da qui alcune proposte: ecologizzazione delle discipline scolastiche, l’interdisciplinarietà e la transdisciplinarietà come approccio metodologico al sapere, il ruolo centrale della filosofia nelle superiori, la riforma dell’Università e della metodologia della ricerca, il riaccorpamendo polidisciplinare che favorisca il passaggio dal circolo vizioso della specializzazione al circolo virtuoso dell’anello ricorsivo dei saperi collegati e l’introduzione di una decima facoltà quella epistemologica.